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Tag: interviste

Intervista a Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare

Come influirà la crisi geopolitica sul mercato agroalimentare e sulla produttività? Quali sono gli scenari che attendono le imprese italiane del comparto e con quali strumenti potranno affrontarli?
Ne abbiamo parlato in questa intervista con il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio

Come è evidente da diversi mesi, il conflitto russo-ucraino e la complessa situazione geopolitica in Europa hanno determinato un aumento incontrollato del prezzo del gas e di materie prime fondamentali (grano, mais, girasole). I cereali, ad esempio, sono una risorsa cruciale per oltre il 70% delle filiere del made in Italy. Quali sono le criticità da affrontare subito, e quali le misure in grado di contenerle?

Il problema di base con cui si misurano gli imprenditori è l’incertezza. L’impegno principale perciò è quello di dare continuità agli approvvigionamenti per un’industria alimentare, come quella nazionale, accerchiata dai costi dell’energia e delle commodity, deficitaria in modo non marginale di materie prime fondamentali (cereali, semi oleosi, ecc.) necessarie per la trasformazione dei prodotti destinati al consumo interno e all’export. Ripetute interruzioni di attività per carenza di approvvigionamenti sarebbero letali per qualsiasi azienda, perché interromperebbero i rapporti di filiera a valle. Farebbero in sostanza da anticamera alla chiusura definitiva delle aziende. 

Le imprese italiane dovranno affrontare in questo contesto un pesante deficit logistico per la carenza di infrastrutture per il trasporto merci. Come colmare il gap di competitività che penalizza il sistema economico nazionale rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea?

Il discorso è antico. La percentuale di trasporto su gomma è molto elevata in Italia, in collegamento con una rete ferroviaria spesso obsoleta e in lenta fase di ammodernamento, e in collegamento altresì con le complesse caratteristiche orografiche del territorio. L’impegno per traferire su rotaia una parte maggiore dei carichi, tramite una organizzazione condivisa di trasporti intermodali a valle è irrinunciabile. Anche perché la concorrenza si fa alla fine della fiera, franco scaffale, e gli oneri legati al trasporto integrale su gomma si scaricano sui prezzi di vendita.

Nel corso dell’ultima edizione di CIBUS abbiamo raccolto dati estremamente positivi sulle quote di mercato che il nostro paese ha guadagnato all’estero: Usa +14,3%, Cina +32,7%, Corea del Sud +30,7%. Quali sono i principali driver di cambiamento per il posizionamento dei prodotti italiani all’estero?

Sull’export della trasformazione alimentare, malgrado i buoni spunti espansivi degli ultimi anni, continuano a pesare due fattori di base. Da un lato, la grande frammentazione del settore (che peraltro ha consentito il presidio del formidabile patrimonio enogastronomico del Paese e una grande elasticità operativa). Dall’altro, i rischi connessi alla necessità prima accennata di importare una fetta importante delle materie prime necessarie al consumo interno e all’export. 

Il galleggiante per il nostro “food and beverage” è rappresentato comunque, più che mai, proprio dall’export: soprattutto da quello nell’area extra UE, più lontana dalla crisi bellica est europea e meno coinvolta dalla crisi energetica legata al gas russo. In questo ambito c’è da sperare che gli USA riescano a confermare anche nella fase presente il ruolo di mercato protagonista dei nostri sbocchi esteri. 

Ricordo, intanto, che l’export dell’industria alimentare nel 1° trimestre 2022 ha raggiunto complessivamente la quota di 10,9 miliardi, con un +21,8% sullo stesso periodo 2021. Accanto, l’export in quantità è cresciuto del +7,9%. C’è una differenza di quasi 14 punti che non si lega a maggiore remuneratività, ma esclusivamente a maggiori costi.

Va aggiunto che i risultati raggiunti dall’export dell’industria alimentare nel 1° trimestre 2022 vedono, nei primi 20 mercati, aumenti a due cifre in 18 paesi e segni “meno” solo in due: Russia (-0,9%) e Cina (-5,8%). Il mercato nord-americano è cruciale. USA e Canada nel periodo hanno segnato un +18,2% e un +40,0%. In ogni caso, c’è bisogno di risultati importanti all’estero, anche per compensare un mercato alimentare interno avaro e difficile.

Il 2 marzo è stato approvato definitivamente da parte del Senato il Disegno di legge sulla “tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione” biologica italiana. Un provvedimento che sostiene la politiche Ue e la strategia Farm to Fork, puntando a una crescita consistente del settore, che prevede anche il raggiungimento di almeno il 25% di superficie agricola bio entro il 2030.
Cosa pensa di questa misura? Pensa che darà sostegno all’export del bio made in Italy?

La misura è lungimirante. E va nel solco della qualità, che è l’asset prioritario della produzione agroalimentare italiana. Va aggiunto tuttavia che, con quello che sta succedendo sui mercati, c’è forse la necessità di tarare nuovamente certe scelte, spostando avanti alcuni obiettivi, a vantaggio delle quantità prodotte e della prioritaria sicurezza e autonomia degli approvvigionamenti. Ogni eventuale correzione andrà valutata con cautela, senza emotività e cercando di contemperare gli obiettivi. Certo questa misura, come parte della stessa PAC, è stata pensata prima che fosse chiaro l’enorme impatto strutturale delle recenti vicende politico-economiche del mondo.